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Laiga - Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'applicazione della legge 194/78

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Che cos’è un aborto “terapeutico"?

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E’ una interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni ed è regolata dagli articoli 6 e 7 della legge 194.

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Qual è il limite massimo della settimana di gravidanza in cui è possibile effettuare l’aborto terapeutico?

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Attualmente ci si attesta a 23 settimane e 6 giorni, anche se il comitato etico dell’Ospedale San Paolo di Milano aveva spostato il limite a 21 settimane. Tutto ciò a causa del problema dell’assistenza pediatrica in caso di nascita di feto vivo.
 

Cosa devo fare quando mi è stata diagnosticata una malformazione fetale grave?

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Deve recarsi presso una struttura presso la quale vi siano ginecologi non obiettori e che possano fornire il servizio medico. Il ginecologo dopo un incontro effettuerà una certificazione riguardante l’attestazione dei processi patologici relativi al feto e spiegherà l’iter da seguire a seconda delle possibilità che potrà offrire.
Tali possibilità dipendono dagli ambienti ospedalieri in cui presta la sua opera.

 

Cosa differenzia il personale sanitario obiettore da quello non obiettore?

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L’art. 9 della legge 194 “esonera il personale sanitario ed esercente attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificatamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”.
Ovvero vengono  esonerate dal compiere quegli atti strettamente attinenti al processo propriamente chirurgico o medico col quale si determina l’interruzione della gravidanza nelle varie tecniche in uso, ma non vengono esonerate a prestare assistenza specifica e professionale a chiunque ne faccia richiesta.
A tale proposito si sottolinea che un loro rifiuto di assistenza potrebbe comportare una grave omissione di carattere penale.
 

Come viene indotto un aborto terapeutico?

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Entro la 15° - 16° settimana di gravidanza potrebbe avvenire in modo molto simile a quanto avviene per l’interruzione volontaria di gravidanza entro le prime 13 settimane e cioè:

  • preparazione del collo uterino all’intervento mediante somministrazione 3-4 ore prima dell’intervento di una sostanza  per via vaginale che faciliterà l’intervento stesso;
  • svuotamento della cavità uterina tramite apposite cannule di Karman oppure tramite un cosiddetto “raschiamento” in anestesia generale.

Altrimenti, e comunque dalla 16° settimana in poi, attualmente è più usato in Italia un protocollo che consiste nella induzione di un piccolo travaglio di parto che permetta all’utero di espellere il feto “in toto”.

Il protocollo  consiste nella somministrazione nell’arco di 12 ore di Prostaglandine per via vaginale. Viene cioè introdotto in vagina 1 ovulo ogni 3 ore, per un massimo di 5 volte. Quindi si attende che l’utero cominci a contrarsi ed insorga un piccolo travaglio di parto.

Questo non vuol dire che la donna sarà in travaglio per 12 ore. Tutto è relativo alla grandezza dell’utero.
Cioè non sarà mai come un travaglio che insorge alla 40° settimana, ma sarà un travaglio molto più breve e decisamente meno intenso. Durante le contrazioni, in accordo con gli anestesisti, è possibile eseguire una adeguata terapia antidolorifica.

La paziente viene trasferita in sala operatoria quando vi è una dilatazione completa del collo uterino. Al  momento dell’espulsione, per la paziente che lo desideri, si può effettuare un’anestesia generale.

Dopo aver prestato assistenza all’espulsione del feto, l’operatore può ritenere opportuno eseguire una revisione (raschiamento) della  cavità uterina. n esame ecografico viene eseguito comunque prima della dimissione, che avviene in genere nella 1° giornata post abortiva.

 

Se ad una prima induzione di 12 ore, l’utero non risponde e non avviene alcun travaglio?

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In tal caso la paziente dovrà riposare per 24 ore; l’induzione, secondo il protocollo sopra descritto, verrà ripresa  sempre quando di guardia vi saranno nuovamente ginecologi non obiettori.
 

Se la paziente ha avuto precedenti tagli cesarei?

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La letteratura concorda nel privilegiare l’induzione con prostaglandine rispetto all’esecuzione di un ulteriore taglio cesareo in quanto, in questa epoca di gravidanza, un taglio cesareo deve essere eseguito in maniera diversa rispetto ad un taglio cesareo che si effettua a fine gravidanza. Questo taglio “diverso" rende più “pericolose“ le gravidanze successive.
 

Come accedere all’interruzione di gravidanza se si è minorenni?

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L’interruzione di gravidanza per le minori è regolata dall’art.12 della legge 194:

“La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna.

Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l'interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all'articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

Qualora il medico accerti l'urgenza dell'intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l'esistenza delle condizioni che giustificano l'interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d'urgenza l'intervento e, se necessario, il ricovero. Ai fini dell'interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di cui all'articolo 7, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela”.

Dunque, per una ragazza minore che decida di interrompere una gravidanza indesiderata  è necessario l’assenso di chi esercita la potestà (entrambi i genitori, o il genitore che esercita la potestà, o il tutore). Spesso può accadere che una giovane ragazza abbia problemi familiari e non voglia coinvolgere  i genitori in questa sua scelta. In tal caso, può rivolgersi al personale del consultorio o  della struttura sanitaria, che compila il certificato ed una relazione dettagliata per il giudice tutelare competente. Quest’ultimo è tenuto, entro cinque giorni, ad esprimere un parere, autorizzando o meno l’interruzione di gravidanza. Qualora invece esistano condizioni di urgenza per grave pericolo per la salute della minore, il medico può compilare un certificato di urgenza, senza necessità di consenso dei genitori o dei tutori, ne’ del giudice tutelare, secondo quanto dettato dall’art.7 della legge 194.

 

Cosa fare in caso di persone interdette?

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Questo aspetto è regolato dall’articolo 13 della legge 194:

“Se la donna è interdetta per infermità di mente, la richiesta di cui agli articoli 4 e 6 può essere presentata, oltre che da lei personalmente, anche dal tutore o dal marito non tutore, che non sia legalmente separato.

Nel caso di richiesta presentata dall'interdetta o dal marito, deve essere sentito il parere del tutore. La richiesta presentata dal tutore o dal marito deve essere confermata dalla donna.

Il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, trasmette al giudice tutelare, entro il termine di sette giorni dalla presentazione della richiesta, una relazione contenente ragguagli sulla domanda e sulla sua provenienza, sull'atteggiamento comunque assunto dalla donna e sulla gravidanza e specie dell'infermità mentale di essa nonché il parere del tutore, se espresso.

Il giudice tutelare, sentiti se lo ritiene opportuno gli interessati, decide entro cinque giorni dal ricevimento della relazione, con atto non soggetto a reclamo.

Il provvedimento del giudice tutelare ha gli effetti di cui all'ultimo comma dell'articolo 8”

Dunque anche nel caso di una donna interdetta la richiesta deve essere comunque  presentata o confermata dalla donna stessa.

 

L’obiezione di coscienza è un diritto del personale sanitario?

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Il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario è regolamentato dall’art.9  della legge 194:

“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell'obiettore deve essere comunicata al medico

provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall'entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall'assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l'esecuzione di tali prestazioni.

L'obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione al medico provinciale.

L'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento.

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L'obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie

quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

L'obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l'ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l'interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al di fuori dei casi di cui al comma precedente”.

Tutte le strutture ospedaliere, dunque, sono tenute ad assicurare l’esecuzione di interruzioni di gravidanza; di fatto, molti ospedali ignorano il dettato della legge costringendo le donne ad una triste migrazione dei diritti. E’ ora che le donne denuncino le strutture inadempienti: siamo pronti a raccogliere queste denunce e a dar loro voce e rappresentanza!

 

E gli aborti clandestini?

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Non disponiamo di dati ufficiali circa gli aborti clandestini (nell’ultima relazione del ministro al parlamento i dati risalgono al 2005!). E’ bene ricordare che l’assunzione di farmaci abortivi (spesso acquistati on-line) è pericolosa, così come è pericoloso affidarsi a personale non autorizzato e a strutture non sicure. La legge 194 si occupa di aborto clandestino negli articoli 19 e 20:

“Articolo 19: Chiunque cagiona l'interruzione volontaria della gravidanza senza l'osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.

La donna è punita con la multa fino a lire centomila.

Se l'interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l'accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell'articolo 6 o comunque senza l'osservanza delle modalità previste dall'articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi.

Quando l'interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, fuori dei casi o senza l'osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla metà. La donna non è punibile.

Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni; se

la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai

fatti previsti dal quinto comma. Articolo 20: Le pene previste dagli articoli 18 e 19 per chi procura l'interruzione della gravidanza sono aumentate quando il reato è commesso da chi ha sollevato obiezione di coscienza ai sensi dell'articolo 9”

 

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